Questo post è scritto in qualità di uno che la musica la scrive e la suona e probabilmente sarà letto, apprezzato e condiviso soltanto da musicisti. Il problema è proprio questo.
Siamo impiegati, laureati in filosofia, operatori call center, baby sitter, baristi, cartolai, portieri d’albergo, grafici, commessi, studenti, disoccupati. Abbiamo anche noi degli amici, delle fidanzate, dei genitori apprensivi. Non siamo speciali. E’ solo che da bambini abbiamo avuto la fortuna di ascoltare tanta musica e da adolescenti c’è preso il trip che volevamo anche noi suonare e cantare, o forse la maestra delle elementari di flauto era così brava che dopo qualche anno ci siamo iscritti a qualche scuola di musica. Con più probabilità, a diciassette anni il vicino di banco biondo bello e bravo pomiciava con la più carina della classe e noi invece avevamo molto, troppo tempo libero; quanto basta almeno per comprarsi una chitarra tarocca da cento euro e imparare quattro accordi, quattro (non il re minore).

Noi i i nostri soldi li spendiamo (anche) nelle seguenti cose:
1. Strumenti: una bella chitarra non costa 100 euro, sappiatelo. Neanche una bella batteria. Se sei batterista sei fortunato perchè non hai bisogno dell’amplificatore. Neanche un bell’amplificatore costa 100 euro. Se sei un cantante forse non ti serve un cazzo, ma con tutta probabilità sei anche un chitarrista, oppure sei Michael Stipe ma penso che no. Se fai musica senza gli strumenti, potresti essere un pezzo di merda ma anche un genio, comunque dovresti aver bisogno di una serie di gingilli elettronici e penso che neanche quelli costino 100 euro.
2. Sala Prove: puoi essere fortunato e averci il garage del batterista dentro cui far casino aggratis fino a una cert’ora, o forse sei il genio/pezzo di merda che sta al computer e pigia dei tasti e puoi farlo in camera tua con le cassettine logitech da 25 euro dell’ipercoop. Se così non fosse, a suonare ci vai in sala prove, e quella costa. Per carità, non tanto, ma se ci vai un paio di volte alla settimana, 50 euro al mese stai sicuro che ti partono. E la benza?
3. Registrazioni: dopo un po’ che suoni e la più carina della classe continua a uscire con quello lì biondo bello e bravo, ti viene la voglia di registrare le canzoni che hai scritto in cameretta e che solo i tuoi dieci cari amici che sono venuti a vederti all’ultimo concerto possono capire quanto siano belle. Registrare è un gran costo. Nel senso che se vuoi avere per le mani un bel prodotto, le cifre iniziano ad avere tre zeri. Finito di mixare il tutto, devi fare il mastering, che nessuno capirà mai che cazzo sia, musicisti compresi, anche se siamo tutti d’accordo che poi il risultato spacca di più. Il master non è mai in regalo con i punti Conad. Poi se sei un bravo guaglione stampi pure i ciddì e lì capirai, c’è la grafica, la duplicazione, il packaging, l’annosa questione SIAE, cazzi e mazzi. Un motorino ti costa di meno.

Detto questo, noi non ci lamentiamo, perchè amiamo tutto ciò.
Quando abbiamo quasi trent’anni ed è da più di dieci che il nostro tempo libero è occupato dalla musica, il vero obiettivo è suonare dal vivo. Perchè è la cosa più coraggiosa, divertente, appagante, spaventosa, importante che possiamo fare per chiudere quel cerchio, per uscire veramente allo scoperto. Un’esperienza lavorativa, perchè possiamo anche essere proctologi e lavorare 10 ore al giorno in ospedale, ma nel momento in cui saliamo su un palco significa che stiamo esportando il nostro prodotto, facciamo vendere più o meno birre, diamo più o meno prestigio culturale al luogo in cui suoniamo, una diversa impronta sociale; insomma, siamo una pedina importante, direi fondamentale.
Non sto dicendo nulla di nuovo, ma invece di menarla su quanto faccia cagare il nuovo singolo degli Arcade Fire, rimeniamocela ancora un po’ sul fatto che quello che facciamo richiederebbe la curiosità del mondo che ci circonda o quantomeno il rispetto.

Suonare dal vivo, in termini di tempo e fatica, è questa roba qua:
ore 15.00: raccatti tutti i membri della band stipandoli in una macchinona grossa o in due piccole.
ore 15.30: all’interno delle autovetture infili anche tutti gli strumenti, amplificatori, casse, rullanti, pedali, tutto. E’ un divertentissimo grattacapo che si risolve in non meno di venti minuti.
ore 16.25: vai a fare benzina, torni indietro che hai dimenticato il capotasto, attivi il navigatore e raggiungi il punto in cui scavare.
ore 17.48: scarichi la strumentazione e la monti sul palco, sperando che il locale sia aperto e qualcuno ti accolga sorridendo.
ore 18.24: fai il soundcheck, sperando che se qualcuno ti ha accolto sorridendo, quel qualcuno si chiama anche fonico, altrimenti ce l’hai nel culo. Il soundcheck deve finire entro le 18.30? ce l’hai nel culo anche se c’è il fonico.
ore 19.30: mangi, sperando che sia buono.
ore 20.27: bevi, sperando che sia gratis.
ore 22.18: suoni, sperando di non udire mai la famosa frase “ma quanta gen…” avete capito.
ore 23.52: compili quel foglio bianco e rosso del cazzo che ha un nome ancora più del cazzo.
ore 00.10: ti fai pagare, sperando e basta.
ore 00.41: ricarichi l’autovettura, se non hai bevuto troppo il gioco degli incastri dovrebbe funzionare meglio stavolta.
ore 02.12: riporti ascelle sudate e braccia cariche di pesi alla tua magione. S’è fatta una certa. Dormi.

“wow, dodici ore lavorative! 60 euro tra benzina e casello! quante birre ci siamo pagati? cinque, sei? quanto ci danno? quanto ci rimane?”
12,3 euro periodici a testa.

Ieri sono andato a suonare con la band a Magenta.  Magenta è una citta di merda, sappiatelo. Ma io ripongo ancora fiducia nelle città e nei popoli lombardi, che la cosa più ovvia per noi torinesi è provare un odio nei confronti di milanesi e affini giustificato esclusivamente da un accento oggettivamente poco gradevole.
Abbiamo suonato in un pub davanti a più di 100 persone intente a bere, mangiare e raccontarsi i cazzi propri. Ci siamo fatti i suoni da soli. Nel tardo pomeriggio hanno tolto dalla porta dell’entrata il piccolo manifesto su cui c’era scritto “stasera grande evento” e sotto il nostro nome. Ci siamo pagati le nostre birre, dalla seconda in poi. Ci hanno detto “ragazzi, suonate più tardi, perchè così la gente ha modo di parlare e voi non disturbate”. Siamo saliti sul palco in un posto che non ci piaceva, gestito da persone che non ci piacevano e frequentato da persone che vabè, ci piacevano? No. Abbiamo suonato quattro canzoni, credendoci. In un concerto che si consideri tale, noi ne suoniamo una dozzina. I Guided By Voices trentaquattro, noi dodici. Alla fine della quarta è arrivato un tizio che aveva in mano questo biglietto e ce lo faceva vedere e io per un attimo mi sono chiesto “ma che cazzo succede, messaggio dal pubblico, canzone a richiesta?” Questo è il biglietto:

la battaglia di magenta

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